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Sega Dreamcast

In via del tutto eccezionale, visto il focus temporale di questo blog (e della mia collezione), sto per scrivere di una console piuttosto recente, contemporanea al GameCube di Nintendo e alla Playstation2 di Sony, e cioè dell’ultima meraviglia prodotta da Sega, il canto del cigno della divisione hardware di questa leggendaria azienda: il Dreamcast.

Nonostante la mia sfrenata passione per i videogiochi e le macchine quali console e computer, all’epoca del suo ciclo di vita, questo oggetto straordinario ed innovativo è passato praticamente inosservato sotto i miei occhi.
Quando fu lanciata in Giappone, nel 1998, Non esisteva una grossa diffusione di internet, del web, dei forum e dei blog, ma leggevo moltissima stampa specializzata, la quale non dedicò nessuna particolare attenzione a questa console.

Ci sono molte scuole di pensiero, con diverse teorie differenti, che dibattono da anni sul perché e per come un tale concentrato di raffinata potenza tecnologica non sia riuscito a diffondersi presso il grande pubblico.

La principale tra queste sostiene che Sega, già duramente provata dal fallimento della precedente console – il Saturn – fosse ad un passo dalla bancarotta, e disponesse di un budget talmente esiguo da dover fare una scelta drastica tra lo sviluppo tecnologico della console stessa, e la massiccia campagna pubblicitaria che ha sempre contraddistinto questo marchio.

Molti di voi ricorderanno gli assidui spot italiani delle precedenti uscite Sega, con Walter Zenga, Roberto Mancini e Jerry Calà in qualità di testimonial del Master System e del Megadrive.

Per la fortuna dei (pochissimi) possessori della console, Sega decise di sviluppare al meglio questa sua creatura, sacrificando così la campagna promozionale che le aveva sempre garantito enormi successi.
A questo si aggiunse l’imminente uscita della Playstation2, che tenne in stand-by moltissimi potenziali acquirenti, i quali scelsero di aspettare per circa un anno l’erede della fortunatissima Playstation, sicuri che ne sarebbe valsa la pena.

Come spesso accade con le nuove tecnologie, non sempre è quella migliore ad avere il sopravvento.
Infatti a livello tecnico il Dreamcast non era inferiore a nessuno, anzi. Fu la prima console a contenere un sistema operativo: WindowsCE, la versione per sistemi embedded dell’onnipresente software made in Redmond. Si vocifera che Microsoft abbia accumulato moltissima esperienza, affiancando i designer e gli ingegneri Sega durante lo sviluppo del Dreamcast, a tal punto da gettare le basi per quella che sarebbe poi stata commercializzata col nome di XBox.

Il Dreamcast era una macchina a 128-bit, grazie ad una poderosa CPU fornita da Hitachi e con un processore dedicato alla grafica, prodotto da NEC, capace di rendering, ombre ed ottimizzazioni 3D real-time. Montava 16MB di ram, 8MB destinati alla grafica e 2 riservati alla sezione audio. Conteneva inoltre una flash memory di 128KB.
Nel (purtroppo vano) tentativo di contenere la pirateria del software, Yamaha mise a punto per Sony un supporto proprietario per la distribuzione dei giochi: il GD-ROM. In pratica era un CD-ROM convenzionale, che veniva scritto oltre il limite fisico (overburn) e ad una velocità inferiore, in modo da aumentare la densità di memorizzazione e stipare fino ad 1,2 GB di dati, contro i 700MB massimi previsti dai CD standard.

Quali furono le innovazioni introdotte da questa console? Una su tutte: era la primissima macchina da gioco fornita con un modem di serie, al quale si associava un servizio online curato dalla Sega, oltre alla possibilità di navigare il web e leggere la posta elettronica. Tra le varie periferiche fu anche introdotta una tastiera estesa, come quelle dei pc, che poteva essere collegata ad una delle 4 porte normalmente destinate ai joypad.

Ho detto joypad, e che joypad! Gli ingegneri Sega diedero ampio sfogo al loro estro, non c’è dubbio, e questo si evince in particolare già solo guardando da lontano la forma del joypad di serie.

 

Primo piano del joypad

Primo piano del joypad

Il joypad, Dreamcast Style :)

Il joypad, Dreamcast Style 🙂

Come si usava in quel periodo, i giochi, le impostazioni e i dati in genere, venivano salvati su apposite memory card che, solitamente, trovavano posto in alloggiamenti presenti sulla console. In questo caso, i designer scelsero di includere due slot all’interno del joypad, nei quali potevano essere inserite normali schede di memoria, un “rumble pack” per permettere ai joypad di vibrare (force feedback) e delle particolarissime schede di memoria, che in realtà erano in tutto e per tutti dei mini-gameboy dotati di minuscoli comandi e pulsanti e di un piccolissimo schermo LCD.

Slot interni al joypad

Slot interni al joypad

Stiamo parlando delle leggendarie VMU: Visual Memory Unit.
Queste innovative memory card potevano essere staccate dai loro alloggiamenti (e fin qui nulla di nuovo) ma, essendo “intelligenti” ed autonome, potevano essere adoperate come un piccolo videogioco portatile. Molti giochi prevedevano l’upload di minigiochi all’interno della VMU, che potevano essere giocati a console spenta e che in molti casi permettevano al giocatore di sbloccare alcuni elementi all’interno del gioco vero e proprio. Si tratta di un’idea assolutamente geniale ed ambiziosa. Ancora oggi c’è gente che si diletta a scrivere e diffondere minigiochi per queste piccole VMU. 🙂

Estraendo la VMU    VMU estratta    Primo piano della VMU    Dimensioni reali della VMU :)   Giocarci potrebbe sembrare scomodo... e lo è! :)

Formalmente questa console è uscita di produzione nel marzo del 2001, ma i fans sparsi in tutto il mondo non hanno accettato il declino di questo gioiello pieno di potenziale. Infatti vengono ancora pubblicati videogiochi a livello commerciale (l’ultimissimo risale al 2007), e ci sono decine di progetti hardware che aggiungono caratteristiche moderne a questa console, come ad esempio porte usb, hard disk, lettori SD, ecc.
Quasi tutte queste customizzazioni passano attraverso la Extension Port, dove di serie è collegato il modem interno. Data la particolarità del connettore (del tutto proprietario e fuori standard) è necessario cannibalizzare il modem stesso che, a dirla tutta, nell’era della ADSL non ha più motivo di esistere, così da prelevare il prezioso connettore e saldarlo ad adattatori fatti in casa, terminanti con connettori più facilmente reperibili.
Quelli più bravi sono riusciti a mettere a punto una distribuzione NetBSD in grado di girare sulla Dreamcast e ormai può essere adoperata al pari di un computer. 🙂

Ho scoperto da pochissimo tempo questa bella console, intendo recuperare il tempo perso e, chissà, magari mettere mano ad Eagle Cad, stagno, saldatore, e dar vita al mio personalissimo adattatore LAN, visto che l’originale è ormai rarissimo ed irreperibile a cifre ragionevoli. 😉

 

Gabriele

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